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giovedì 9 giugno 2011

Bellezza, dietro quei passi leggeri come vento...

Adelia Battista ripercorre
le motivazioni
della sua amicizia
con Dario Bellezza,
un legame

d'affetto e di corrispondenze
che supera il tempo e segna
il perimetro di una comunanza
umana e intellettuale.


un libro vero, intenso e profondo,
che raccoglie le lettere
di Anna Maria Ortese
al
poeta prematuramente scomparso
ma soprattutto un tributo a quei legami, a quei ricordi, a quelle emozioni che diventano storia esistenziale
e ragione di vita...


Com'ero da giovane?
Ero già postmoder
no dopo le ubriacature della Neoavanguardia letteraria; straparlando di morti e rinascite. Ero postmoderno nel sesso visto come vuoto residuo di un'incarnazione passata; nel sapermi diverso-nondiverso in tutte le contaminazioni degli Eros e degli Stili. Questi vecchi versi racchiudono oltre al sapore della mia trascorsa giovinezza anche un modo di concepire la poesia assoluto e intrigante, certo vicino a Rimbaud e a Dylan Thomas, a Kavafis e a Pasolini: i miei maestri del tempo. Ora metterli insieme mi sembra rendere omaggio ad un me stesso che non c'è più, oltre che ai miei maestri: mi sembra di voler adorare il passato: questo passato inimitabile che è l'infanzia di un poeta e di una poesia...

Dario Bellezza, Colosseo (Pellicanolibri, Catania 1985)

Il ricordo di Dario Bellezza è inestricabilmente legato nella mia mente
a quello di un mattino di sole, una giornata radiosa, trascorsa insieme all'amica Adelia Battista tra le lapidi del Cimitero protestante di Porta San Paolo, Piramide, Roma. La primavera sta per finire, il cielo su di noi è di vetro. Scivolo con devota serietà dietro di lei, dietro quei passi leggeri come vento, ma non parlo. Non lo fa neanche lei. Percepisco una tensione rispettosa, che carica gli sguardi, qualcosa di simile a un'emozione difficile da contenere. Non ci sono parole, e se ci sono non hanno suono, ma quello che stiamo attraversando non è un vuoto. Tutt'altro. Sembra quasi di sentire la consistenza dei pensieri. Riesco ad avvertirne il peso, l'intensità. Adelia mi precede di pochi metri. La sua non è affatto una fuga, ma una ricerca, un ritrovarsi, l'appuntamento con un amico di vecchia data, che il tempo non è stato in grado di strappare dagli affetti e dal cuore. Un amico divenuto eterno, come una statua. Già, proprio così. Un amico eterno, perché questo si dice dei poeti. Almeno dei più grandi. E lui lo era. Lui lo è.

Dario Bellezza consegna a questo paese di vergognosi oblii una delle più straordinarie testimonianze poetiche e letterarie dell'ultimo mezzo secolo. I suoi versi, la sua presenza pubblica e intellettuale, la concezione "altra" del vivere che non ha mai tradito né rinnegato ne fanno una sorta di monumento. Almeno agli occhi di quanti lo scoprivamo sulle prime antologie delle nostre maldestre adolescenze. O lo avremmo inseguito nei memoriali, nelle parole di chi è riuscito a incrociarlo, nel mito che un poeta, quando è autentico, stabilisce sempre intorno al proprio mistero. Ricordo fughe notturne, con le sue pagine sottobraccio. E apparizioni televisive nelle quali stentavo ad associare l'arcano poeta di quelle pagine al gentile signore dai grandi occhiali e dalle lunghe sciarpe bianche, che si rivolgeva ai lettori con tono pacato e sorridente. Nel mattino della nostra passeggiata al Cimitero Protestante, di tutto questo non c'è più nulla. Solo una tomba, semplice, nuda, tra le altre, che ricorda il passaggio dell'uomo e fissa lo spazio di una nuova devozione. Seguo Adelia Battista, ma mi trattengo a qualche passo da lei, dal suo silenzio, dal suo dialogo muto, toccante. E' il perimetro dell'ennesimo incontro caro, del tanto sospirato ritrovamento. Percepisco che qualcosa di grande sta accadendo, dentro l'aria accesa di Roma, nel mattino azzurro, in quel tempo immobile.

Vorrei che i miei movimenti si facessero leggeri quanto i versi di Dario Bellezza. Che risuonassero con la stessa divorante energia, invece di essere fruscio, spigolo, rumore dentro l'erba. Che vibrassero come in "Morte segreta" gli accenti della splendida pagina che il poeta dedica all'amica Anna Maria Ortese. "Ritorna primavera, e con essa gioventù, / il gusto alla vita ritorna che l'inverno rese / insapore e fondo di malinconia e pietà per i vivi / ritornati ad uscire dall'abisso scontento del gelo / di gennaio o del marzo piovoso." Ho la sensazione che nel giorno, nella fibra pulsante della luce, le parole stiano restituendo forma e consistenza all'amore. Alla giovinezza. Al perduto incanto dei giorni che non tornano. Ho la sensazione di una conoscenza assai più profonda, assai più sotterranea e vitale della contingenza del vivere, che supera stagioni, che sposa solitudini e segna riconoscimenti. Sono grato ad Adelia del meraviglioso dono di questa passeggiata.

Quegli stessi versi li ritrovo in Bellezza, addio - Lettere a Dario Bellezza 1972-1992 (Archinto), il libro in cui, proprio in questi giorni, Adelia Battista riunisce lo scambio epistolare tra il poeta e la Ortese
. La cura grafica, l'elegante copertina blu e il titolo assai simbolico m'introducono alla stessa magia, che mi si presenta come quel mattino, nel fondale della campagna incantata. "Riaprire le porte all'avventura" esorta il poeta, "dopo i mesi di febbre e di castigo, nello spazio / di memoria amaro e sconsolato. Ma ritornato / ancora una volta nella casa-inferno-tugurio / e ancella del peccato, di non peccare audace / irresoluto peccatore, ho aperto al vento / le finestre, all'aprile incostante cercando / di succhiare una nuova linfa vitale / che mi facesse chiudere nel cassetto / dei ricordi le vecchie impressioni di morte / e spavento luttuoso fino a morire lasciando / nel sogno ogni pensiero, senza alimento / per un futuro nuovo, libero finalmente da parole."

Adelia Battista compie un'operazione rispettosa e fondamentale: restituire i profili umani di Anna Maria Ortese e Dario Bellezza attraverso il legame profondo e la passionalità del loro scambio epistolare. Le contraddizioni del quoti
diano, le scure ombre del vivere, l'insopportabile accidia del tedio e di contro la folgore delle intuizioni, il fuoco bianco della mente, il lampo della creatività che accende progetti e stimola risorse a dispetto della deriva, tutto entra e fluisce come voci di una partitura nell'algebra suggestiva e affascinante di questo grandissimo libro. "Sono stata triste infinitamente" scrive la Ortese, in data 21 ottobre 1972, "per due notti non sono nemmeno andata a dormire. [...] Tu sei uno scrittore - e di tante cose hai angoscia - forse mutismo - m'immagino che puoi capire." Come non smarrirsi davanti alle labbra ferme dell'amico-poeta, davanti al suo vuoto di parole, alla sua sofferta sintonia? Quel mutismo che dilaga tra gli strazi del cuore è la prova più struggente di una vocazione all'altro che non si ferma neppure davanti agli ostacoli delle cose, che non indugia sotto le minacce brute della contingenza, ma che chiede conforto, comprensione, adesione nell'unica consapevolezza possibile: quella dell'amicizia fraterna.

Certamente, la vita non risparmia nessuno. Non risparmia la scrittrice, solitaria e discosta davanti a un'editoria sempre più sorda, sempre più meschina, che pare oscuramente anticipare la realtà dei giorni nostri. Non risparmierà Bellezza, dall'insorgere devastante dell'Aids e dal declino dei tristi ultimi anni che lo attendono. Ma poco importa. La scrittura s'incaricherà di narrare questo dolore e farne materia del sogno, questo dramma intimo, intellettuale, personale, eterno, che il rispetto giornalistico e critico di Adelia Battista lascia filtrare attraverso la parabola di uno scambio sincero, autentico, bruciante quanto le miserie dell'esistere e poetico come le stesse inquietudini che innesca sulla pagina. La scrittura renderà questo connubio un vero e proprio romanzo, fatto di cadute e di estasi, e riconsegnerà il fare letterario allo statuto delle cose "alte".

Non mancano gli scoramenti, i precipizi dell'animo, le pagine nelle quali il tono della confessione si fa accorato. "Carissimo Dario" scrive Anna Maria Ortese da Rapallo il primo dicembre del 1983, "da otto anni e più in Liguria, ho visto il deserto crescere intorno a me. Non puoi sapere fino a che punto. Spedisco delle lettere, ma è come se fossero imbucate sotto un albero. Le risposte arrivano quando ne ho quasi dimenticato il perché. Dietro i nomi, poco alla volta, non distinguo più niente. Mi chiedo se quelli che mi scrivono, sappiano davvero qualcosa della mia identità." Siamo alla radiografia dell'essere, a questo spoglio, sconcertante baluardo di solitudine contro cui l'artista di talento sembra perennemente condannato a combattere. Adelia Battista leva un altare a tanta fierezza, a questo orgoglio creativo che non si piega e non si frustra, né si abbassa, non mendica pietà ma impone, semplicemente, la levatura indiscussa delle sue visioni.

Dario Bellezza ci introduce all'universo amabile della conoscenza. Nell'intervista finale che accompagna il volume, è con parole d'affetto indeclinato che ci parla di Anna Maria Ortese e dell'idea che ha di lei. "Con tutti i difetti di un genio, perché essendo un genio non appartiene a nessuna categoria particolare, non appartiene alle donne, non appartiene agli uomini; vede troppo bene le cose, e poi, anche, le sa esprimere, questa è la sua genialità. Sembra strano che un paese abbastanza fiacco, come l'Italia, produca una scrittrice come Anna Maria Ortese." E' con queste parole che prendiamo congedo dalle pagine di questo delizioso libro e dalle ombre dei due grandi scrittori. Sono ombre lievi, come passi nel vento, i passi del mattino di Roma, a indicare che nonostante tutto, per i poeti forse un cammino ancora esiste. Lo stesso tracciato dalle parole disponibili e gentili di Adelia Battista, nel rispondere alle domande che le pongo.

Partiamo dal titolo, efficace e toccante, "Bellezza, addio..." Potremmo definire il tuo libro un tentativo di riportare l'attenzione sul nome e la figura di Dario Bellezza, grande artista in parte oggi dimenticato, e poeta che ha ancora tanto da comunicare in termini di bellezza e profondità di pensiero?
Il titolo Bellezza, addio, rappresenta il commiato malinconico di Anna Maria Ortese dal giovane poeta, Dario Bellezza, quando, il 31 marzo del 1996, le giunge la notizia della morte di lui. Ortese evoca l’amico che non c’è più ma che è nel suo animo. L’addio a Dario comprende anche l’addio a quel mondo sensibile di speranza e desiderio di cui lui ha fatto parte. Ortese serba memoria di un rapporto significativo fatto di attenzione all’altro, di scrittura, libri, fantasia, che l’ha accompagnata, tra gioie e amarezze, per oltre vent’anni, a partire dagli inizi del ’70, quando lei viveva a Roma, in Piazza Ennio, e stava lavorando al romanzo, Il Porto di Toledo. [...] Bellezza, addio, costituisce, inoltre, la porta d’ingresso per raccontare, attraverso le lettere che Ortese gli destina, dal ’72 al ’92, l’universo ancora sconosciuto che è in Dario e Anna. L’epistolario, infatti, contiene una messe d’informazioni sulla vita e le opere di entrambi, rispetto alla scrittura e alla creazione letteraria.

Il libro ritrae, con grazia e partecipazione, un sodalizio prezioso e irripetibile. Oggi, in epoca di individualismi imperanti e solitudini inguaribili, un simile legame costituisce una sorta di prezioso esempio morale. Cosa sono stati realmente l'uno per l'altra Dario Bellezza e Anna Maria Ortese?

Una grande amicizia va sognata. Il segreto del carisma della relazione tra Dario e Anna è costituito dalla capacità dell’uno di sognare l’altro e di farlo esistere: "Un grande amico che sorga alto su me / e tutto porti me nella sua luce”, scrive nei suoi bei versi Vittorio Sereni. Ortese sogna l’amico, ne intravede le potenzialità, lo spirito, la sensibilità, esprime gioia e apprezzamento per l’opera di lui. Quando tutto sembra rovini verso la dimenticanza e Dario è in crisi, lo ama e lo sostiene. Include la profonda inquietudine esistenziale di Dario nella propria speranza spirituale:“Io credo che ci sia uno spirito con tanti volti – scrive a Dario – e tu fai parte di questo spirito, o respiro eterno, (o Dio)”. Anche Dario sognava di lei, ne ammirava l’espressività, l’opera, al punto da confessarmi, un giorno, mentre passeggiavamo per Piazza Navona, la sua convinzione che Anna Maria Ortese fosse un genio. “Con tutti i difetti di un genio, - aggiunse - perché essendo un genio non appartiene a nessuna categoria particolare, non appartiene alle donne, non appartiene agli uomini; vede troppo bene le cose, e poi, anche, le sa esprimere, questa è la sua genialità. Sembra strano che un paese abbastanza fiacco, come l’Italia, produca una scrittrice come Anna Maria Ortese”. Questa dichiarazione è riportata nell’intervista che conclude il mio libro.


Chi è stato davvero Dario Bellezza a cominciare dai suoi esordi? Credi che questo paese lo abbia compreso fino in fondo? E quanto, invece, non lo sta ancora colpevolmente tralasciando e dimenticando?

Tralasciare e dimenticare i poeti è una consuetudine dei nostri tempi. Non abbiamo più bravi critici, non si studiano più le opere di grandi scrittori, mancano griglie interpretative, analisi, buoni commenti che orientino il lettore e anche lo scrittore è lasciato solo. Chi è stato Dario Bellezza, a cominciare dalla sua gioventù, lasciamo che sia lui a dirlo in una pagina autobiografica tratta dal libro Colosseo: “Come ero da giovane? Ero già postmoderno dopo le ubriacature della Neoavanguardia letteraria; straparlando di morti e rinascite. Ero postmoderno nel sesso visto come vuoto residuo di un’incarnazione passata; nel sapermi diverso-non diverso in tutte le contaminazioni degli Eros e degli Stili. Questi vecchi versi racchiudono oltre al sapore della mia trascorsa giovinezza anche un modo di concepire la poesia assoluto e intrigante, certo vicino a Rimbaud e a Dylan Thomas, a Kavafis e a Pasolini: i miei maestri del tempo. Ora metterli insieme mi sembra rendere omaggio ad un me stesso che non c’è più, oltre che ai miei maestri: mi sembra di voler adorare il passato: questo passato inimitabile che è l’infanzia di un poeta e di una poesia”.

Come hai conosciuto Dario?

Dario è stato il tramite, l’anello invisibile tra me e l’Ortese. L’ho conosciuto nell’autunno del 1988, Anna Maria Ortese aveva vinto il Premio“Elsa Morante - Isola di Arturo”, con la raccolta di racconti, In sonno e in veglia, edito da Adelphi. La premiazione si sarebbe svolta a Procida come ogni anno e questa volta, Dario, faceva parte della giuria. Decisi così di raggiungere l’isola per incontrarlo; le struggenti parole che aveva usato nell’introduzione al romanzo di Ortese, L’Iguana, mi avevano così colpito che avevo deciso di fare la tesi sulla scrittrice. Per raggiungere Procida bisognava prendere un aliscafo a Napoli, molo Beverello. Era settembre inoltrato e la giornata era particolarmente nuvolosa; nessuno squarcio che facesse sperare in una schiarita; soffiava un vento freddo e laggiù, nel mare, si vedevano le imbarcazioni oscillare paurosamente. “Il braccio di mare che ci separa dall’isola è breve – mi avevano rassicurato – si arriva in poco più di mezz’ora”. In mezzo a una folla di persone eleganti che cominciava ad affollare l’aliscafo spiccava una famiglia procidana, madre, padre e figlia, che faceva ritorno all’isola. Durante la traversata le onde presero a sollevarsi, pioveva fitto e l’aliscafo beccheggiava senza sosta; i passeggeri, sgomenti, cercando di distrarsi, erano diventati piuttosto ciarlieri. Al contrario, la famiglia di isolani che sedeva di fronte a me, coi loro volti simili a terracotta per il troppo lavoro sotto il sole, dietro un’apparente rassegnazione mi trasmettevano una placida quiete. Sbarcati sull’isola cercai la nave della Marina militare, addobbata di fiori, di festoni e luci che ospitava la cerimonia. Le ragazze dell’isola, le Grazielle, per l’occasione vestivano il costume tradizionale. Subito avevo intravisto Dario Bellezza intento a parlare con la scrittrice Lalla Romano, erano bellissimi, lui abbronzato, lei portava un ampio cappello bianco e un vestito a fiori. Mi presentai a Dario che mi lasciò il suo numero di telefono per chiamarlo a Roma. E’ cominciata così la nostra amicizia.

Il primo ricordo che ti viene in mente ripensando a Dario Bellezza? Ci racconti un pò del vostro passato di amici, delle vostre esperienze, della condivisione che ha caratterizzato la vostra amicizia. Magari un aneddoto in particolare, dal quale vengon fuori il temperamento e la generosità del poeta?

In Dario, allora, ho trovato quello di cui avevo bisogno, la poesia, il pensiero ribelle, la voce che sentivo in fondo a me stessa. Parlavamo di tutto, di politica, di arte, di scrittura, ma durante gli ultimi anni della sua malattia parlavamo molto di Dio, di spiritualità, della vita oltre la morte. Una mattina lo raggiunsi nella sua casa a Trastevere, quando lui era già molto ammalato. Lo vidi allontanarsi un momento e poi ricomparire con un libro tra le mani che appoggiò su un tavolino-scrivania. Era la sua raccolta di versi Morte segreta, con cui aveva vinto il Premio Viareggio. Non ho più dimenticato questa scena. L’immagine di lui chino sulla pagina mentre scrive qualcosa e traccia piccoli disegni. Poi la sua mano che si allunga verso di me, ”Ecco, è per te”- dice. Ero contenta per il libro e per la dedica: “Ad Adelia, perché si ricordi – aveva scritto – e sul mio nome aveva disegnato tre stelline.

Secondo te cos'ha insegnato Anna Maria Ortese al giovane poeta innamorato della bellezza?

Possiamo parlare di amore e di sostegno, più che di insegnamento, oppure di un insegnamento involontario. La vita di un poeta ha caratteri del tutto peculiari, ogni suo attimo può essere un secolo della vita degli altri. Dario nei suoi versi sente la manchevolezza irriducibile della vita stessa e questo è fonte di inquietudine. Anna sembra saperlo e quando Dario è in crisi lo ama e lo sostiene. E’ felice di essere d’aiuto all’amico fraterno tentato, in certi momenti, dalla disperazione e dall’angoscia. Quando Rainer Maria Rilke, grande maestro per Alda Merini, ci svela il primo dei grandi segreti dei poeti, il luogo in cui i poeti vivono: “I poeti dimorano in una foresta di segni”, questi segni non sono estranei alla Ortese, perché ha una lunga consuetudine con la poesia.


Tu scrivi "Anna sentiva vicino la luce fraterna delle stelle e non temeva l'Inconoscibile Spazio. Quanto era distante, la Ortese, dalla "vertigine" pascoliana che allo Spazio e al Cosmo attribuiva echi di paura." Possiamo definire tale visione una specie di misticismo laico?

Quando nel silenzio alto e fondo l’Universo risplende nelle luci serali e fraterne delle Stelle, Ortese si rasserena, ogni inquietudine e angoscia pare perdere gravità per lei. Tristi fantasie, pensieri gravi e severi svaniscono nel silenzio dell’inconoscibile Spazio. Qualche volta è finanche un’emozione troppo forte, potremmo certamente dire – mistica. Tutto comunica nel creato, l’amore, la commozione, la grazia, il canto, la paura, e ogni altra forma di dolore, di bellezza e di arte e Ortese si sentiva parte di questo dialogo.


Tu hai compiuto un atto di grande amicizia e generosità, acquistando le lettere di Dario Bellezza, in un momento difficile della vita del poeta. Oggi non assistiamo più ad atti di simile altruismo. Cosa ha perso in termini etici e morali la società letteraria in cui viviamo?

Mi auguro che ci siano sempre persone cosi generose, come Dario e Anna, la mia esperienza mi rassicura su questo. Dario aveva amici, scrittori e poeti, che volevano acquistare le lettere di Anna Maria. Avrebbe potuto ricevere una somma più consistente di quella che potei offrirgli io, allora. Sapeva dei miei studi su Anna e volle incoraggiare il mio lavoro. La società letteraria non è una comunità a parte rispetto alla società civile. Lo scrittore lotta per comprendere e per interpretare la realtà intorno a lui. Ma per comprendere oggi la realtà così com’è abbiamo bisogno di farci aiutare dalla filosofia, dalla storia, dalla poesia, dalla fotografia e la musica. Penso che vivere nel proprio tempo e riuscire a coglierlo, sentirlo, interpretarlo sia un bell’impegno. Ci sono tante domande che dobbiamo porci.


Nei tuoi due libri compi un interessante percorso di approfondimento ortesiano. Cosa ti lascia l'esperienza di averli scritti e vissuti dentro di te?

Dopo molti anni di giornalismo poter scrivere in una formula mista tra saggio e narrativa i miei primi lavori su Ortese e Bellezza è stata un’esperienza bellissima, ma anche difficile. Ho dovuto disimparare e passare da una scrittura giornalistica, ad una narrativa, fatta di metafore, immagini, emozioni. Il primo libro, Ortese segreta, edito da Minimum fax, l’ho scritto e riscritto in molte parti perché dovevo differenziare la mia voce e quella di Ortese quando racconta se stessa nelle interviste. Inoltre, non possedevo uno stile, e stentavo a credere che lo stile è la voce con cui scegliamo di raccontare. Tenere a lungo un’opera dentro di sé è forse il primo presupposto per poterla raccontare, perché pensi alla trama, immagini i personaggi, e ti pare di dialogare con essi. Avere scritto questi libri mi fa sentire soprattutto una grande gioia.


Dove sta andando la tua scrittura?

Certamente verso la narrativa. Mi piace scrivere racconti, una novella è più vicina alla poesia e il flusso narrativo di un racconto è meno costruito rispetto al romanzo. Ho finito di scrivere due racconti: Nina e Pasquale, devono uscire a settembre, sono storie vere, ricavate dai documenti del Tribunale dei Minori di Napoli. Il progetto nasce in collaborazione con l’Archivio di Stato di Napoli.


Anna Maria Ortese è anche la grande isolata, la grande diversa del Novecento letterario italiano. Ti senti affine più a questo sentimento di poetica solitudine oppure al coraggio, alla forza, alla volontà ferrea di comprensione e indagine della sua scrittura?

Sono sicuramente più vicina alla volontà di indagine della scrittura, ma anche a questo sentimento di poetica solitudine. L’esperienza con la scrittura di questi ultimi anni mi ha sostenuto nei momenti più difficili di crescita e sperimentazione che deve ancora proseguire.


Parliamo ora del rapporto intenso tra Dario Bellezza e Roma, i suoi luoghi, le sue occasioni creative. Esiste una geografia sentimentale legata al culto del poeta per la capitale? E quali gli spazi, quali le stazioni emotive attraverso cui questa geografia rivive?

Le occasioni creative di Dario appartengono ai luoghi e alle emozioni che questi gli suscitano, ma anche al suo rapporto con gli altri, ai suoi incontri. I luoghi da lui più vissuti sono Campo de' Fiori, Trastevere, Piazza San Cosimato, Piazza Santa Maria in Trastevere, Via de' Pettinari, Ponte Sisto, ma anche tante altre vie in cui lo portava la vita. Le foto che qui vedete a cura della fotografa Luigia Giovannini, ripropongono le strade, le piazze più frequentate, i portoni, i palazzi, dove Dario ha abitato.


La prossima sarà ancora un'opera di approfondimento critico, saggistico, oppure adesso hai in mente un lavoro narrativo vero e proprio? Qual è il tuo rapporto con la scrittura di fiction? A che età hai cominciato a scrivere storie?

Il prossimo libro sarà un racconto lungo ancora su Ortese per un editore romano, Lozzi, che sta lanciando una bellissima collana di narrativa che uscirà a settembre con i primi racconti dedicati ai luoghi, ai personaggi e alle case di Roma. Racconterò gli anni della Ortese a Roma, la scrittura del romanzo Il porto di Toledo, gli amici, la casa, il rapporto con gli altri scrittori della capitale.


Hai incontrato tanti giovani, presso le scuole, le associazioni, le librerie. Che rapporto si è venuto a creare tra Anna Maria Ortese e i lettori di oggi? Come si pongono nei confronti di questo gigante della letteratura?

I giovani hanno letto soprattutto Il mare non bagna Napoli , L’Iguana, Il cardillo addolorato, e Corpo Celeste, apprezzandoli molto, incuriosendosi e appassionandosi alla polemica stringente che Ortese intrattiene con il suo tempo, rispetto alla natura, agli animali, al potere. In Ortese segreta ho scelto un brano dalla sua opera che costituisce il suo Testamento, a favore dei “piccini”, della Terra, di coloro che non hanno preso contatto con il reale, gli ultimi, gli invisibili. Gli studenti sono capaci di sentire tra le righe di una scrittura fantastica e affabulatrice la struttura filosofica di Anna Maria Ortese.


Anna Maria Ortese fa riferimento a un'idea di "silenzio" fondamentale per ogni artista e ogni creatore. Che rapporto hai personalmente con tale idea e la sua imprescindibilità dal vivere di ogni giorno?

La mia natura è riflessiva, meditativa, ma è anche una natura d’azione, mi piace la politica, la storia, il cinema, la psicologia, ma il silenzio per me è fondamentale, anche affascinante, perché ci porta un altro ritmo, altri pensieri e immagini. Soprattutto ascoltiamo e portiamo alla comprensione quello che inizialmente è solo percezione. Nel silenzio ci misuriamo, pazientiamo, ci rinnoviamo.


In un celebre passaggio, la Ortese scrive: "Si distruggono le foreste, si uccidono gli animali. E' osceno dare questo dolore alla vita..." Tu riprendi questa frase in una bella intervista a Dario Bellezza che accompagna il libro. Quanto ti senti vicina a tale concetto di impegno etico del letterato e quanto credi che oggi sia ancora attuale e perseguibile?

Uno scrittore deve scrivere racconti e romanzi mirabili, l’impegno etico non si deve avvertire in un’opera e se leggiamo i romanzi di Anna Maria, infatti, non lo avvertiamo perché hanno una scrittura surreale, visionaria, metaforica con cui cattura il lettore, lo diletta e appassiona. Ortese sente questo problema perché ha anche una dimensione di impegno, di responsabilità e, come scrive Dario, è “gettata” a soffrire nel mondo con la sua anima di eterno antico, ma sa che l’impegno non deve trasparire nell’opera.


Cosa vorresti chiedere a Dario Bellezza e ad Anna Maria Ortese se avessi la possibilità di tornare a incontrarli e fare ancora una delle vostre meravigliose chiacchierate sulla scrittura?

Non riuscirei a chiedere nulla. Li abbraccerei soltanto. Un abbraccio prolungato e felice.


Luigi La Rosa



Si ringrazia Luigia Giovannini per la gentile concessione

delle sue fotografie.

In ordine di apparizione dall'alto:

- la foto numero 1 mostra Dario Bellezza insieme ad Adelia Battista;

- la foto numero 5 mostra la facciata di una delle case romane del poeta;

- la foto numero 7 mostra il portone d'ingresso della casa di via de' Pettinari;

- nell'ultima foto il poeta è in compagnia di Lalla Romano;




giovedì 4 novembre 2010

Trastevere, storie da una sponda senza tempo...



Sandra Petrignani ci accompagna

tra i vicoli di Trastevere,

raccontandoci i segreti

di un quartiere unico,

da sempre crocevia

di cultura, arte, innovazione.


Un libro indimenticabile,

che raccoglie testimonianze e aneddoti,

ricostruendo la geografia di un luogo

che ha fatto della creatività

e della libertà i suoi stessi simboli


Ci sono libri che hanno dentro il dono profondo di una suggestione. Libri che ti prendono per mano, che ti accompagnano lungo la via, svelandoti le coordinate di un percorso. Il mondo, tra le loro pagine, riemerge come tra le brume accecanti di un’emozione, con cifre primordiali, forme sensuali che tali libri hanno il potere calviniano di ridisegnare sulle orme di una speciale consapevolezza.


Fin dalle prime pagine di E in mezzo il fiume (Edizioni Contromano Laterza), l’intenso volume che Sandra Petrignani dedica al quartiere romano di Trastevere, so già di avere tra le mani un libro speciale, importante, di quelli che amerò, che custodirò tra le cose care, che mi guiderà per giorni, e notti, nei miei numerosi viaggi. Troppo grandi l’emozione, il fascino, lo stupore di ritrovare nella scrittura il perimetro di un luogo che adoro, e che appartiene ormai abbondantemente al mio quotidiano.


Voglio che il libro mi introduca alle impressioni, e che siano le parole a fare da controcanto ai passi. Me lo porto dietro in una delle mie passeggiate dentro questo novembre ancora non troppo freddo. Su di me, quest’oggi, il cielo ha la consistenza spessa di un cristallo. E’ uno di quei rari pomeriggi in cui, stranamente, tutto sembra immobile, e l’aria di un’incredibile trasparenza.


Scivolo in direzione del fiume, rasentando il suo argine enorme, basso. E’ esattamente qui che ha inizio il viaggio che l’autrice mi fa compiere all’interno delle molteplici anime di Trastevere. Un’autrice che amo, che seguo da diversi anni, e che un giorno mi aveva fatto da guida attraverso le case di alcune indimenticabili scrittrici. La scrittrice abita qui – questo il titolo del suo libro, e lo pubblicava l’editore Neri Pozza.


Qualche anno più tardi, ritrovavo le meraviglie di quelle prime pagine in Care presenze (sempre Neri Pozza), altro suo titolo di successo. Era l’epoca dell’università, dei miei primi studi letterari. Ma la passione c’era già tutta. E la gratitudine. Da allora, non ho più scordato il potere toccante di quei percorsi e della sua scrittura. Un mistero che ho ritrovato intatto pure negli altri successivi lavori, e che nel tempo s’è confuso all’affetto, all’ammirazione.


“Trastavere” scrive Sandra Petrignani nell’incipit del suo ultimo libro, “è l’unico quartiere di Roma che ha un rapporto stretto col fiume. Lo si capisce solo vicendoci; perfino quando abitavo sull’altra sponda, quella di Campo de’ Fiori, il fiume non esisteva per me come non esiste per i romani in genere. E’ lontano, ininfluente, dimenticato. Ora lo so, ora che vivo nel quartiere, il fiume appartiene a Trastevere, tutt’uno con esso, tutt’uno con un’idea antica della città.”


Quando mi trasferii a Roma – saranno ormai dieci anni – nell’arrivarci dalla Sicilia, era stato proprio questo senso di antichità a colpirmi, e la sensazione che dietro la città-fondale (scenario privilegiato dei primi amori letterari della mia adolescenza: da Pasolini a Elsa Morante, da Moravia a Sandro Penna, a Ingeborg Bachmann, ad Amelia Rosselli) se ne celassero infinite altre, pronte a dischiudersi nel fasto di un miraggio, rivivendo nell’allucinata metafisica di un verso, di una foto, un sogno a occhi aperti.


Sono le stesse emozioni che ritrovo in E in mezzo il fiume, il bellissimo libro di Sandra Petrignani. Ho percorso ormai l’ampio tratto di strada che da casa mia mi porta a Ponte Sisto. Nell’ombra scura del crepuscolo, i lampioni accesi che s’inseguono sui due stretti parapetti del ponte sono pacate linee di fuoco. E’ di qua, sulla parte destra del Tevere, che si apre l’intrico dei vicoli, mentre le pagine dipanano l’algebra sognante delle citazioni e dei ricordi.


Sandra racconta della gita in barca con l’amica Adriana Polveroni, attraverso le acque del fiume che l’antico Orazio definisce “dorato”. E la rievocazione cede immediatamente alle temperature stilistiche proprie dello scrivere letterario: l’annotazione si carica d’intensità, il tratto di spessore, e la scrittura si fa meravigliosamente poetica. Come, ad esempio, dove l’autrice ci parla della vegetazione acquatica che copre le sponde fluviali: “Molti alberi sorgono dall’acqua, mentre quelli in alto fanno pendere dalla strada fronde oscillanti giù per i muraglioni: tendono all’abbraccio, cercano l’intreccio dei rami gli uni con gli altri, un incontro, come a voler inghiottire l’intervento umano che ha creato quel muro di separazione, cancellando l’affondo diretto delle case nel fiume dove adesso guardavamo passare papere e canottieri.”


Sandra Petrignani possiede la capacità degli scrittori grandi: raccontare attraverso il calore di emozioni autentiche. La sua indagine si mescola alle testimonianze di voci più o meno note, disposte a offrire il loro contributo alla messa a fuoco di una calda anagrafe del cuore. E’ così che Susanna Tamaro ci parla delle “ciriole” che il vicino di casa teneva a spurgare in vasca da bagno, prima di cucinarle. O di un tempo magico, lontanissimo, in cui il Tevere era popolato di storioni, di cefali, di spigole e anguille “ciumarole”. Se chiudo gli occhi per un momento, mi sembra di vederla davvero tanta ricchezza, mentre la folla di giovani riunita nella caratteristica piazza Trilussa – davanti all’imponente palazzo del poeta – si leva in un brusio ubriacante, che fa pensare alla febbre operosa di un alveare.


Guardo giù, proprio sull’orizzonte: l’isola tiberina appare già, come un’immensa nave, ma preferisco spostarmi verso l’interno del quartiere, assecondando il tragitto esistenziale suggeritomi dal libro. Eccomi in Santa Maria, la vasta piazza dal meraviglioso fontanone che contempla una delle più antiche basiliche cittadine. E’ qui che opera don Matteo, ed è nei dintorni che sorge l’asilo per immigrati della Comunità di Sant’Egidio. Il racconto di Sandra Petrignani apre scorci significativi di umanità e confronto, attraverso i quali balena l’anima eterogenea e altruista del quartiere.


Il libro si tramuta in un puntuale corollario di storie - storie di uomini, di donne, che continuano a combattere nonostante tutto, nonostante il dolore, l’abbandono, l’indifferenza collettiva, difendendosi da una realtà che sempre più sembra essere diventata ostile, quando non razzista e violenta. Storie di coraggio e di voglia di vivere, come quella di Roberto, cresciuto in Svizzera e rimasto per strada a causa di dolorose vicissitudini famigliari. Storie che lasciano il segno, perché scritte sulla pelle del quotidiano, e intinte nel sangue disperato dell’esistere.


“Aveva paura di morire” racconta Roberto all’autrice, parlando della madre gravemente ammalata, “e io cercavo di confortarla come potevo. Cercavo una spiegazione. Ho cominciato a interrogarmi sul senso della vita: non è possibile che nasciamo solo per morire, no? E che stiamo a fare, a perdere tempo? Ma insomma, lei è morta e io mi sono trovato senza casa – era della ditta per cui lavorava – e con un po’ di soldi che m’aveva lasciato e che ho bruciato rapidamente. Ho interrotto gli studi e sono tornato in Italia, e qui me sò perso… La strada è una guerra continua, ti possono rubare tutto, tutto il poco che c’hai, da un momento all’altro. Ma volano le pizze se vengono a prendermi le cose mie. E’ come in galera: ne acchiappi uno, lo massacri di botte e gli altri non ti toccano più. Però gli anni passano e non ho più la forza di prima.”


E’ intorno a questo nucleo di autenticità che si regge il percorso simbolico e iniziatico di E in mezzo il fiume, in questo bisogno di empatia, questa necessità di ricerca dell’altro, in una mappatura che attraversa strade e piazze, circumnaviga territori personali, colma una domanda invisibile che sembra giungerci dalle stesse cose, dai ricordi traboccanti della gente, dall’epidermide millenaria e ipersensibile della città.


Nessuno è escluso dall’appassionante narrazione di Sandra Petrignani: né gli scrittori che hanno fatto di Trastevere meta di veri e propri pellegrinaggi (da Moravia a Elsa Morante, da Pasolini a Dario Bellezza) né gli attori o i registi (da Lucia Poli a Carmelo Bene, Federico Fellini e Nanni Moretti), passando attraverso gli spazi che hanno rappresentato la memoria artistica di Roma (pensiamo ai teatrini-cantine molto in voga negli anni Settanta – resistono l’Argot di Maurizio Panici e lo Spazio Uno di Manuela Morosini) o i tanti locali caratteristici che sono ancora oggi al centro di un’ammirazione nostalgica: ad esempio, il famoso ristorante “Sora Lella” aperto nel 1959 da Elena Fabrizi, sorella dell’attore Aldo e attrice lei stessa, indimenticabile nel ruolo di vecchia attaccabrighe in molti dei film di Carlo Verdone.


E in mezzo il fiume è il loro libro, perché di tutti racconta, perché tutti ritrae, con passione, semplicità e senza inutili retoriche. Il sentire poetico abita questi luoghi e questi personaggi, e l’atteggiamento della scrittrice nei confronti del quartiere è insieme quello dell’abitante ma pure quello assorto e stupito della viaggiatrice al cospetto della bellezza. “Digressioni a parte, mi trovo sotto Ponte Rotto, il primo in pietra della città, o ciò che ne rimane, seduta sui larghi e bassi gradini. Mi ci sdraio quasi, per godermi lo spettacolo di questo moncone di ponte che persino Michelangelo provò senza successo a tenere in piedi. Due vecchie fotografie della serie “Com’era Roma e com’è” mi fanno prendere atto del processo di civilizzazione del paesaggio. La vecchia Isola Tiberina da questa parte presentava un lembo di terra selvatica, entrava nell’acqua con una scabra superficie di roccia e le barchette dei pescatori la circondavano sonnolente. Oggi c’è un lindo piazzale con una scalinata piatta e graziosa, uno spazio per i turisti che possono rimirare, senza graffiarsi le gambe, il troncone dell’antico Ponte Emilio: quasi tutta l’isola non fosse altro che un’arena per contemplare quel che resta del passato.”


Conoscevo bene Sandra Petrignani, avendo molto amato i suoi libri precedenti. E in mezzo il fiume aggiunge qualcosa di speciale alla sua carriera: una nota, un tocco, un affetto che va ad armonizzarsi alle sfumature di un affresco ampio, corale, emotivo, da sempre prossimo ai confini intimi del sentire e alle risonanze che le sensazioni codificano sulla pagina quando riescono a ispirare le nostre storie. E' un libro che porterò con me, e che rileggerò, più volte. Ovunque sarò, ogni volta sarà come essere tornato a casa.

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Già col suo precedente libro, La scrittrice abita qui, lei ribadiva il legame prezioso e imprescindibile tra la sua scrittura letteraria e la magia dei luoghi, luoghi che abitiamo, che pensiamo, che ci mettono in contatto con parti uniche della nostra anima e del nostro essere. Come nasce in lei questa passione per i “luoghi”?


Un mio amico, scherzando ma non troppo, mi dava dell’«animista». Forse è la mia attitudine naturale credere che anche le pietre, e gli alberi, e gli animali a maggior ragione, abbiano un’«anima». La scienza può progredire e manipolare quanto vuole la natura, ma non è ancora riuscita a spiegare il mistero in cui siamo avvolti, il rapporto fra le cose, l’invisibile che parla continuamente intorno a noi. Uno scrittore che si rispetti dovrebbe ricordarsi che nelle sue antiche origini è stato un mago, uno sciamano, uno in grado di creare relazioni fra visibile e invisibile. In molti libri ho fatto parlare gli oggetti: nel senso che li ho interrogati e ho costruito storie intorno alla loro muta presenza. Nel Catalogo dei giocattoli, per esempio, un libro del 1988, e nella Scrittrice abita qui dove la vita di alcune grandi scrittrici europee del ‘900 viene ricostruita attraverso un viaggio nelle loro case-museo, fra i mobili, i libri, i ricordi, i ninnoli che amarono.


Il suo libro E in mezzo il fiume si apre parlando del Tevere e dell’idea viva e personale che ne hanno gli abitanti di Trastevere. E’ interessante l’angolazione che ha scelto per inaugurare questa riflessione, il modo attraverso cui il fiume diventa simbolo di identità, di appartenenza, quasi di orgoglio. Potremmo definirlo, in parte, anche un ottimo pretesto letterario di partenza per raccontare altro ed estendere la passione che alimenta la sua scrittura all’intera città?


No, l’intera Roma è altro dal suo centro, o meglio i suoi centri, che hanno essi stessi diverse personalità. Volevo fare perno su Trastevere, che è veramente qualcosa di unico, un paese all’interno di una città, come non succede, mi pare, dentro nessun’altra metropoli al mondo.


Qual è il rapporto di Sandra Petrignani con Roma? Cosa ha rappresentato questa città nella sua vicenda umana e artistica?


Sono cresciuta con l’idea che Roma fosse l’ombelico del mondo, la città più importante del pianeta. Me l’aveva messo in testa mia nonna, un’umbra innamorata della capitale e che ci viveva. Io sono cresciuta fino a sei/sette anni in un piccolo centro del nord, Piacenza; quando venivo a Roma dai nonni era una festa e sognavo di trasferirmici. Cosa che è poi accaduta. Nella giovinezza, come gran parte della mia generazione post-sessantottina, passavo le serate a Trastevere, frequentavo i cinema d’essai, i teatri underground. Trastevere è presente in diversi miei libri, in particolare nell’ultimo dove è addirittura centrale. Per questo un capitolo è dedicato a “Trastevere downtown”: ho scritto E in mezzo il fiume proprio per celebrare questo aspetto artistico e bohémien del quartiere.


Il concetto di “mappa”, o di “griglia”, si addice moltissimo alla struttura del suo libro. Partiamo dai titoli dei capitoli: Sul Tevere, Rive Droite, Piccolo cuore, Rive Gauche, Rive e Derive, Trastevere Downtown e Simmetrie… Qui ogni capitolo rappresenta la discesa, l’immersione in uno spazio circoscritto, sognante, filosofico, nel quale si stratificano memoria, storia, testimonianze, affetti. Crede che questo possa diventare un metodo affabulatorio estendibile pure ad altre città?


Non ho scritto pensando di inventare un metodo applicabile anche altrove. Per me ogni libro crea la sua peculiare struttura, si cerca le parole per dire quella storia precisa. Se dovessi ripetere come uno stampino la stessa griglia per altri racconti mi annoierei. Per questo non scrivo libri di genere e non ne leggo quasi mai: la prevedibilità di una struttura narrativa mi fa perdere interesse. Vedo che i miei libri fanno scuola: quando ho scritto Ultima India nessuno scrittore italiano vivente sembrava interessato al tema. Ora non ce n’è uno, si può dire, che rinunci dopo un viaggetto organizzato (magari) a dire la sua su quell’immenso complicato paese. E così La scrittrice abita qui: molti cercano di usare il mio metodo per raccontare i luoghi dove hanno vissuto gli scrittori. Ma non basta applicare una tecnica per creare la magia.


E in mezzo il fiume è soprattutto un saggio, ma è al tempo stesso un bellissimo romanzo del respirare spazi e luoghi del sogno. Possiamo affermarlo in virtù della ricchezza, dell’emotività, della partecipazione pulsante che si percepisce in una scrittura mai fiacca, ma sempre vivace, lampeggiante, piena di luce e di intuizioni. Truman Capote sosteneva accoratamente l’abbattimento della barriera discriminante tra “saggio” e “romanzo”, e il suo “A sangue freddo” ne costituisce l’esempio più mirabile. Lei cosa pensa in proposito? Come le piace pensare al libro che ha scritto?


Mi piacciono gli scrittori sottilmente innovatori, quelli che non si ripetono, quelli arditi, indipendenti nel giudizio, che non seguono le mode, ma semmai le inventano, che ascoltano soltanto la voce interiore, quelli che scrivono per motivazioni interiori e non pensando a come andare in classifica. Ecco, se assomiglio a questo ritratto, vuol dire che non ho fallito.


Tra le pagine si fa riferimento a una dimensione autentica, genuina, che nel tempo ha sposato la presenza di intellettuali del calibro di Laura Betti, Pier Paolo Pasolini, Dario Bellezza e Carmelo Bene a quella storica di persone comuni, di semplici abitanti della zona, rendendo amabile tale convivenza, ed esemplare il rispetto e lo scambio tra le due diverse dimensioni. Oggi quest’aria si respira ancora per le strade di Trastevere?


Come dice un mio personaggio, la fornaia Stefania Innocenti, per quanti cambiamenti abbia subito, Trastevere è sempre Trastevere, un altrove caratteristico, uguale a niente altro. Tutto ciò che è oltre il Tevere è «dellà». Ma lo si può capire solo vivendoci. Chi viene nel quartiere per passare una serata, magari nella confusione estrema del sabato sera, probabilmente coglie solo l’aspetto turistico, finto e caotico della zona. A Trastevere, per apprezzarlo, devi passeggiare al mattino, frequentare i suoi baretti, in qualche caso anche un po’ malfamati, fare amicizia con i clochard, confrontarti con la realtà potente della comunità di Sant’Egidio, spostarti a piedi o in bicicletta.


E poi c’è l’isola, col suo antico sapore mitico, la chiesa e l’ospedale. Lei fa riferimento a un sentimento di “solitudine” che nell’isola si percepisce più che in altri punti della città. In un passo del libro lei scrive: “Resto sola, sola come se oltre l’Isola Tiberina non ci fosse più una città.” Quanto ritiene necessario un simile sentimento contemplativo alla sua personale vocazione alla scrittura?


Se fossi una suora, sarei senz’altro del tipo contemplativo. Sono pigra e sognante per carattere. Mia madre mi diceva spesso quando ero piccola: «Non t’incantare». Me lo diceva come rimprovero. Invece credo che in quella mia capacità d’incantarmi, che non ho mai perso, sia una parte buona di me. Io m’incanto e m’innamoro spesso: dei luoghi, delle persone, dei libri che leggo, degli animali di cui mi circondo. Mi piace molto la solitudine, se posso contrapporla alla socialità, di cui anche sento un certo bisogno. Ma più per poterla contrapporre alla solitudine che in se stessa. Mi piace poter scegliere la solitudine, insomma. L’Isola Tiberina è un buon simbolo cittadino di luogo appartato, pur stando proprio in mezzo al fiume, alla città, al passaggio da una sponda all’altra.


Personalmente, ho molto amato pure un altro suo libro, intitolato Care Presenze. Nei racconti che le pagine contenevano si percepiva l’irrompere di un mistero che diveniva l’atmosfera del libro stesso e il filo rosso che legava le storie in esso contenute. Il mistero si muta nella sua scrittura in narrazione, in suggestione, in incanto. E’ un mistero indagato attraverso le più impensabili e originali pieghe del quotidiano, un mistero che seduce il lettore. Dove e come nasceva l’idea di quella sua bellissima opera?


Anche io credo che Care presenze sia il mio libro più complesso e ardito, anche se è un po’ manchevole nella parte della «cornice» che contiene tutte le storie. Se lo riscrivessi, lavorerei a rendere più autonoma e convincente quella storia lì, mentre tutte le altre funzionano perfettamente. Nasce dalla voglia di scrivere storie di fantasmi, un po’ per gioco e un po’ sul serio. Fantasmi contemporanei, anche psicologici. Ci sono molte capriole divertenti in quel libro: capriole di struttura, di linguaggio, di punti di vista. C’è il segreto rapporto fra vivi e morti, fra diverse dimensioni dell’essere. C’è soprattutto una gran voglia di raccontare per raccontare, uno sbizzarrirsi nel raccontare. Lo definirei proprio un libro a briglia sciolta.


Il libro che lei dedica a Trastevere ritrae dall’interno la vita artistica e bohémien del quartiere, attraverso un innesto di citazioni e riferimenti, di aneddoti e ricordi individuali. Sicuramente si tratta di un’indagine ma pure di un viaggio, un meraviglioso itinerario nei luoghi e nei territori del cuore. Che emozioni le ha procurato compiere questa ricerca e ripercorrere tracce che appartengono sicuramente anche al suo passato?


Ci sono zone del nostro passato che finiscono nel dimenticatoio perché non c’è un filo di continuità col presente. Per esempio il mio assiduo frequentare i teatrini negli anni ’70 lo consideravo un po’ un capitolo chiuso che non si riverbera significativamente sul mio oggi. Rivivere quegli anni per scriverne, attraverso i racconti che mi ha fatto Lucia Poli, è stato recuperare una zona d’ombra, ricucire un pezzetto di me a tutto il resto.


I libri – quando sono ben scritti – riescono a generare miracoli e casi che hanno dell’incredibile. Tra le sue pagine si racconta di una singolare guida utilizzata da Elsa Morante in un periodo particolarmente travagliato della sua esistenza. Poi, qualche tempo addietro, è accaduto un fatto abbastanza magico: un omaggio che le giungeva per posta, e ora questa guida è tra le sue mani e conserva sulle sue pagine i segni delle stagioni come cicatrici. Mi piacerebbe che rievocasse questo interessante aneddoto per i lettori di “Verso il faro”.


Giorni fa la lettrice che mi ha fatto questo graditissimo dono si è presentata in carne e ossa a una presentazione del libro e ho potuto esprimerle direttamente la mia gratitudine. Sono alcune delle magie che producono i libri: l’autore e i lettori soddisfatti di un libro costituiscono una specie di società segreta, di clan. Ci si capisce e si condivide qualcosa di autentico. Uno scrittore sopravvive grazie a questo tipo di lettori, quelli veri, quelli che il libro non si limitano a comprarlo, ma che davvero lo leggono e lo amano. Penso che, nei casi migliori, i miei libri siano la parte più risolta di me e che quando un lettore mi dice che leggermi lo ha aiutato in qualche modo a capire qualcosa di sé o di una sua situazione, si è messo in moto uno scambio inconscio che ha a che fare con il ruolo sciamanico di chi scrive. Ci si sente, allora, strumenti di qualcosa che sfugge alla volontà, qualcosa che appartiene a quell’invisibile su cui non abbiamo potestà razionale. Ma tutto questo non ha niente a vedere con la bellezza o bruttezza di un testo, con le sue qualità letterarie che un critico ha il compito di valutare. Testi orrendi possono fare del bene, mentre opere artisticamente significative possono lasciare indifferenti i non addetti ai lavori. Sono due categorie diverse, che solo qualche volta, felicemente, s’incontrano.


Come molti artisti e intellettuali lei ha scelto Trastevere per vivere. Ma prima di arrivarci, ha pure abitato in altre zone di Roma e avrà conosciuto di sicuro dimensioni differenti. Com’è quell’altra Roma? Cosa le è rimasto di quel tempo e di quei luoghi?


Ho abitato a Monte Sacro (la vecchia «Città Giardino»), al quartiere Trieste e in quello Africano, non mi è rimasto molto di nessuno se non la distanza dal centro, dove in realtà ho sempre gravitato. Per un periodo ho vissuto a Campo de’Fiori, ma erano gli anni di piombo e non era piacevole. Durante le manifestazioni di protesta si viveva un clima da coprifuoco, chiudevano i negozi, c’era un fuggi fuggi.


C’è un personaggio – un artista, uno scrittore, un attore – qualcuno che ha maggiormente influenzato il suo rapporto con Roma?


Da Giulio Einaudi, un torinese che si trovava a suo agio a Roma, ho imparato alcuni buoni indirizzi di ristoranti: era un buongustaio dai gusti semplici e raffinati. Ma Roma per me si identificava con Alberto Moravia, almeno una certa Roma colta e borghese. Mi piaceva accompagnarlo al cinema. Anche se disturbava tutti perché, essendo un po’ sordo, continuava a chiedere: «Che ha detto? Che ha detto?» quando perdeva qualche battuta del film, la gente non protestava: era un monumento cittadino!


Qualcuno che invece avrebbe tanto voluto incontrare e che purtroppo non ha fatto in tempo a conoscere? Roma non è anche fatta di occasioni, di incroci, destini che si toccano per poi allontanarsi e perdersi per sempre?


Elsa Morante. La incontrai una volta alla Casina Valadier: era con un amico e io con Ruggero Guarini che me la presentò. Ma ero giovane e intimidita, non riuscii a dirle una parola. E gliene avrei voluto dire tante, tantissime. La adoravo.


Io ho sempre pensato che le radici non siano solo quelle legate ai luoghi in cui si verifica la nostra venuta al mondo. Ce ne sono altre, legate alle nascite interiori delle nostre vite. Radici legate ai luoghi che scopriamo, nei quali per la prima volta abbiamo capito chi siamo, cosa amiamo, cosa vogliamo essere. Qual è il suo rapporto con questo tema? Quanto lo avverte nelle storie che racconta?


Le radici sono la lingua che parliamo, anche i dialetti. Se ascolto il dialetto emiliano mi sento a casa, pur non sapendolo parlare. L’India è un paese che ha contato molto nella mia vita, ho fatto molti viaggi laggiù, ci ho scritto su un libro e posso dire di aver capito qualcosa di me stessa che non sapevo percorrendola in lungo e in largo. Ma le radici sono dove sei nato, dove sei cresciuto, le parole che hai imparato da piccolo. Quando pronunciavo mantra in sanscrito non mi risuonavano dentro come un Padrenostro…


Mi domando come sarà Trastevere domani. In futuro quali suggestioni il quartiere regalerà ancora ai suoi abitanti? E soprattutto: secondo lei quanto sarà forte e sentita l’atmosfera che ha fatto di questo luogo un rifugio di artisti e intellettuali?


Più di una persona che s’incontra nel mio libro su Roma mi ha detto: per quanti cambiamenti abbia subito, Trastevere è sempre la stessa, non cambierà mai. Lo credo anch’io.


Trastevere mi sembra anche un quartiere ricco di animali. Uccelli, gatti, cani soprattutto, che passeggiano nelle sue piazze o si rincorrono nei suoi parchi. E credo che si avverta anche una specie di rispetto, di sacralità dell’animale, che sempre più purtroppo altrove vediamo offesa o violentata. Non immagineresti mai piazza Santa Maria, o il ritrovo di San Callisto, o San Cosimato stessa, senza la compagnia poetica degli amici animali e i loro richiami. Si potrebbe partire proprio da questo punto di Roma per intensificare la sensibilizzazione delle coscienze in merito a un aspetto tanto urgente e irrinunciabile del vivere civile?


Non insegni a nessuno ad amare le bestie se non ci arriva da solo. Però uno degli aspetti che mi rende cara Trastevere è proprio la sua «densità animale».


Cara Sandra, sta già lavorando a un nuovo romanzo o a qualche altro libro? E’ possibile avere qualche anticipazione?


Ho quattro o cinque progetti cui penso in continuazione. Ma non riesco a farne prevalere uno e mettere gli altri in stand-by. Immobile per eccesso di fantasia, diciamo così.


Luigi La Rosa




la foto dell'autrice è di

Pasquale Comegna,

che si ringrazia vivamente



le immagini adoperate sono tratte

dai seguenti siti:


http://www.tesoridiroma.net/galleria/ponti_roma/foto/hpnrotto01.

http://www.google.it/imgres?imgurl=http://iguide.travel/photos/Rome/Trastevere-3.

http://www.officinadelleartiantiche.it/Immagini/foto_roma_003.